«Here Comes Miss Modern»

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Tag - Ideologia del patriarcato

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Sunday, July 12 2009

Donne nel movimento: più numerose ma meno visibili

Il mio post Antispecismo, la parola dei forti? è stato ricopiato qui. Tra le risposte, leggo:

è innegabile che esista una parte "maschilista" all'interno del movimento antispecista ma ciò credo sia dovuto alla maggioranza numerica di aderenti o almeno di attivisti maschi nel movimento stesso

La realtà mostra piuttosto il contrario: nel movimento le donne sono più numerose degli uomini.

Secondo questa statistica, il 78% dei vegan negli Stati Uniti sono donne; nel Regno Unito, le donne vegan sono il 64% del totale.

In Italia, secondo una statistica Eurispes citata qui, le donne rappresentano il 70% dei vegetariani/vegani.

Personalmente, ho verificato la distribuzione di genere all'edizione 2008 delle Estivales de la question animale ed il risultato è che le donne erano il 62%.

La credenza riportata sopra è sintomatica del fatto che le donne nel movimento per gli animali sono numerose, ma poco visibili.

Che ci si limiti ad incoraggiare le donne a «mettersi in mostra» ostinandosi a non voler prendere atto del problema che questo fatto rappresenta nelle idee che il movimento produce (problema che avevo semplicemente schizzato nel mio post) continua a sembrarmi grave.

EDIT Altre fonti sul maggior numero di donne vegetariane:

1/ Per la Gran Bretagna:

«Meat avoidance is more common among women than men - particularly amongst the young. On the most resent evidence 22.4 per cent of 16-24-years-olds and 12.8 per cent of all women eat meat rarely or not at all, compared with 9.1 per cent of young men and 7.1 per cent of all men.»

Nick Fiddes, Meat. A natural symbol, Routledge 1991, p. 29.

2/ Per la Francia:

«La proportion de végétariens auto-déclarés augmente à mesure que l’on s’élève dans la hiérarchie sociale, croissant légèrement chez les professions intermédiaires par rapport aux cadres et professions intellectuelles supérieures. Elle passe ainsi de 2,8% chez les artisans-commerçants, 3,9% chez les ouvriers, 17% chez les employés, à 35% auprès des cadres, professions intellectuelles supérieures et à 40% auprès des professions intermédiaires. (...) Le végétarisme des milieux populaires est plus souvent masculin et celui des catégories supérieures plus souvent féminin.»

Arouna P Ouedraogo, intervento al Petit-déjeuner scientifique de l’IFN sul vegetarismo (13 janvier 2009).

Poiché le percentuali riportate mostrano che le classi sociali superiori sono rappresentate in modo preponderante nella popolazione vegetariana, se ne evince che le donne vi sono più numerose in generale.

Wednesday, July 8 2009

Antispecismo, la parola dei forti?

Ho spesso notato che nei testi antispecisti che vengono dall'Italia, l'antispecismo è definito come «difesa del più debole».

Questa definizione mi ha sempre dato fastidio. Per me, nel momento in cui viene enunciata essa mostra che chi la enuncia non fa parte della categoria dei «più deboli». Ovvero, che l'antispecismo è una prerogativa di chi ha il potere e sceglie come usarlo.

Come donna mi sento estremamente debole in questa società patriarcale, e quindi non mi riconosco affatto nello schema del forte che protegge il debole. Tale schema si può interpretare in due modi: o io faccio parte delle categorie difese dall'antispecismo - e allora l'antispecismo non posso farlo ma solo subirlo - oppure l'antispecismo mi chiede di mettere da parte la mia debolezza ed occuparmi della debolezza degli altri (un esempio eclatante è questo comunicato, non a caso scritto da maschi) - e allora è autoritario. In entrambi i casi, lo percepisco come un messaggio che arriva dall'alto, da chi comanda.

Mi si potrà obiettare che ci sono nel movimento antispecista parecchie donne, e che queste donne non condividono la mia perplessità. Molto probabilmente ciò accade perché si tratta di donne prive di coscienza di classe.

Per superare questo impasse c'è un solo modo: che i «più deboli» smettano di dare retta ai dominanti pentiti e sviluppino propri discorsi e propria prassi, fondati non sulla condiscendenza del forte ma sulla solidarietà politica tra «deboli» - che solo così potranno diventare a loro volta forti.

(E forse si scoprirà allora che i dominanti pentiti non desiderano affatto che i «deboli» diventino forti...)

  • Sulla predominanza della parola maschile nel discorso sulla questione animale, vedi qui.
  • Sul concetto di solidarietà politica, vedi qui.

Edit: vedi il successivo post Donne nel movimento: più numerose ma meno visibili.

Thursday, December 4 2008

La womennomics e il modello Lego

Interessante articolo di Ileana Montini, che analizza il conflitto tra produttivismo ed esigenze patriarcali. Sembra che in Italia l'economia politica patriarcale riesca addirittura ad avere la meglio sul capitalismo:

In Italia lavora il 46 % delle donne di cui una buona parte nella scuola e mentre negli altri Paesi dell’Europa l’occupazione aumenta al crescere dell’età dei figli, in Italia diminuisce. Soltanto il 30% di donne riprende a lavorare dopo aver avuto un figlio; fenomeno più diffuso nel Sud e tra le donne con livelli d’istruzione bassa.

Quando una donna entra nel mercato del lavoro ufficiale, il suo lavoro entra nel PIL, perché la retribuzione sarà una delle grandezze conteggiate dalle statistiche. In Svezia e Danimarca i tassi di occupazione femminile si sono quasi allineati a quelli maschili e il contributo in termini di PIL è stato più importante dell’aumento degli investimenti in capitale o della produttività. È curioso che i nostri politici preoccupati dell’andamento critico –recessivo- dell’economia italiana, non facciano mai riferimento all’occupazione femminile in termini di crescita economica.

Leggi l'intero articolo su womenews.

Vedi anche il post Conciliare lavoro e famiglia.

Friday, November 21 2008

«Donne (e) animali: un nuovo percorso di lotta»

Pubblicato il mio articolo di presentazione di donnEanimali su «Il Paese delle donne on line»!

«Donne (e) animali: un nuovo percorso di lotta» di Agnese Pignataro

Un anno fa, in occasione della manifestazione nazionale delle donne contro la violenza maschile, alcune/i militanti contro lo sfruttamento animale cominciarono ad interrogarsi sull’intersezione tra discriminazione di genere e discriminazione di specie.

Nacque così il collettivo donnEanimali.

L’argomento è poco esplorato in Italia, ed alcuni lo troveranno forse marginale. Eppure, la voce e l’esperienza delle donne - già più numerose degli uomini nella scelta vegetariana, nella cura concreta degli animali e nella militanza politica in loro favore – costituiscono un apporto fondamentale alla lotta per la liberazione animale...

Continua a leggere su womenews.

Wednesday, November 19 2008

«Nessuno è schiavo per natura!»

dEa

Comunicato di adesione di donnEanimali alla manifestazione del 22 novembre prossimo contro la violenza maschile sulle donne:

Secondo uno studio dell'associazione europea «Du côté des filles», condotto sulla letteratura per l'infanzia di Francia, Spagna e Italia, gli animali antropomorfizzati sono le figure più utilizzate per inculcare l'immagine di ruoli sessuati rigidi: gli albi per bambine e bambini pullulano di mamme orse in grembiule, affaccendate a preparare la minestra in grandi calderoni, e papà castori in pantofole, che aspettano la cena leggendo il giornale sprofondati in poltrona. Il riferimento ideologico alla «natura», a presunte leggi originarie ed immutabili di cui gli «amici animali» sarebbero l'incarnazione, sembra essere una delle armi più potenti per trasmettere gli stereotipi di genere e rivitalizzare l'immagine della buona famiglia all'antica: in parole povere, per legittimare l'oppressione patriarcale sulle donne.

Continua a leggere su donnEanimali.

Sunday, November 9 2008

Corso gratuito di laicità per negati

la laicità universalista alla francese, che il mondo intero ci invidia, autorizza e valorizza tutto ciò che è bene e bandisce tutto ciò che non è bene.

Anche per chi non parla francese, gli esempi pratici tratti dalle copertine della stampa francese parleranno molto chiaro: v. «La laïcité pour les nuls», del collettivo Les mots sont importants.

Giusto per mostrare agli italiani un po' dell'ipocrisia che si nasconde dietro la strombazzata «laicità francese», e che l'erba del vicino, ahimé, non è sempre più verde....

Wednesday, October 29 2008

Accoglienza sì, cecità no!

Sull'ultimo numero di Micromega è apparso uno stimolante articolo di Cinzia Sciuto («Il velo islamico e i valori della sinistra»), in difesa dell'oscuro custode di museo che, per rispetto delle regole, ha impedito l'accesso ad una signora musulmana a volto coperto. L'iniziativa del custode ha sollevato polemiche da parte dei rappresentanti di quella molle sinistra moderata che, all'insegna del politically correct e dell'opportunismo, vorrebbe piacere a tutti e non piace a nessuno.

In prima battuta, occorre dire che la questione riguarda le donne e per questo la parola in merito spetta, in primo luogo, alle donne.

Le reazioni che questo caso suscita possono facilmente celare idee malsane, sia in un senso che nell'altro.

Difatti, nell'applaudire l'esclusione della signora velata potrebbe esserci il semplice rifiuto dei segni visibili (tutti!) della presenza di altre nazionalità, laddove altri segni altrettanto ignobili ma riconducibili al patriarcato e al fondamentalismo nostrani (come le vedove vestite di nero a vita, o i crocifissi pendenti dai colli delle pie donne) passeranno sotto silenzio; per non parlare dell'utilizzo del velo islamico come mezzo di espulsione della colpa e sua catalizzazione sul «barbaro» (v. il precedente post Quant'è utile l'Afghanistan al patriarcato!).

Ma chi invece critica a tutto spiano la discriminazione dei costumi altrui, anteponendo lo spauracchio dell'esclusione dell'altro, rischia facilmente di sterilizzare il dibattito politico, appiattendo tutte le diversità in nome della tolleranza: in mancanza di uno sguardo critico, una norma come il velo islamico che rinvia ad una disciplina del corpo e della sessualità verrà equiparata ad una semplice differenza di abitudini nell'abbigliamento!

Ed è proprio questo il senso dell'intelligente articolo di Sciuto, dal quale riporto due passaggi-chiave:

...checché ne blateri un certo multiculturalismo di moda anche (e forse soprattutto) a sinistra, il velo che copre il volto è un chiaro segno di sottomissione della donna. A prescindere da qualunque giustificazione religiosa, storica, culturale. (...)

Essere consapevoli della complessità è utile per affrontare ciascun argomento in maniera proporzionata. Ma la retorica della complessità non può servire da paraocchi per non vedere, al fondo, che si tratta pur sempre di simboli di sottomissione della donna, che una cultura laica, progressista, di sinistra – il cui faro deve essere l’emancipazione degli individui e non la difesa identitaria delle culture – deve rifiutare.

Ovvero, è giusto che le regole di convivenza siano flessibili, per favorire l'integrazione: ma che questo non ci privi del senso critico necessario a costruire - insieme agli «altri» - un mondo migliore per tutte/i!

Monday, October 20 2008

Un libro sbagliato

Segue parte della mia recensione di An Unnatural Order, di Jim Mason (Continuum, New York 1993; il titolo scelto per la traduzione italiana, Un mondo sbagliato, Sonda 2007, ispira l'intestazione del post). Il testo integrale della recensione può essere letto sul mio sito.

5. Ed infine, ovviamente, le donne

An unnatural order

Un altro punto dolente del libro di Mason è il modo in cui viene presentata la problematica dell'oppressione delle donne, il che si riallaccia del resto alla stessa questione della sessualità aperta con la discussione su Sade.

Ironically, the very association with nature that once gave women social power and status served, in agri-culture, to reduce that power and status (p. 188).

Trovo questa osservazione non ironica ma contraddittoria.

In generale, qualunque apologia delle donne che consista in una riabilitazione dell'immagine de «la Donna» costruita dalla cultura patriarcale e di tutto ciò che detta immagine contiene, non può che costituire una riaffermazione di un sistema (sociale ed ideologico) che ha già separato le donne, ne ha già costruito la classe e le ha già costrette in una determinazione discorsiva. In altre parole, riscattare l'«alterità» - che sia di donna, di animale, di straniero – non è altro che riconsegnare l'altro all'identità di... «Altro», nella quale è stato imprigionato.

Ho già fatto notare questa contraddizione nella recensione «Erinni. Note critiche a un testo teatrale», in cui scrivevo:

Che l'attrice-Erinni decida o meno, riesca o meno ad indossare la maschera da Eumenide, che la condannerà al silenzio, ella è già stata sconfitta nel momento in cui, come donna, ha deciso di indossare i panni dell'Erinni, accettando l'imposizione di identità da parte del maschio. Ella è già confinata nell'Altrove; di lì, potrà servire il maschio come silenziosa Eumenide o potrà restare Erinni ed urlare, ma con «parole senza linguaggio» (Foucault). In entrambi i casi, sarà distorta e negata.

Nel caso di Mason, la maschera offerta alla donna è, banalmente, quella del potere riproduttivo: nelle società pre-agricole, dice Mason,

... to be female was to be in continuum with the major mysteries: childbirth, the silent but potent plant world, the fecundity of other animals, and the growth and regeneration of the living world (p. 68).

È chiaro che questo suggestivo ritratto della Donna/Femmina, che Mason eredita dall'ecofemminismo, coincide in tutto e per tutto con quello dell'ideologia patriarcale. La sola differenza è che Mason e le ecofemministe, guidati/e da nostalgie primitiviste, si sforzano di farlo apparire positivo; ma la sostanza resta intatta e questo (presunto) innalzamento della (presunta) identità delle donne si traduce in una vacua lusinga, che lascia le donne concrete prigioniere dell'ideologia di chi le opprime.

A tale visione della «Donna» corrispondono, inoltre, due intollerabili violenze:

- sulle donne che non possono procreare, comprese le trans (v. in merito il post «Transphobia: Feminist-Vegetarians/Ecofeminists» nel blog The Vegan Ideal; in questo posto, si denuncia il concetto sessista - dell'ecofemminista Mary Daly - della inerente natura «biofila» delle donne «cisessuali» (cioè non trans) e della loro «ginergia», ovvero energia femminile, laddove le donne trans sarebbero false donne, prive della presunta energia femminile);

- sulle donne che non vogliono procreare.

L'essenzialismo, perno del ragionamento di Mason, lo conduce alla seguente contraddizione:

1. Nella descrizione della «creazione del patriarcato» (paragrafo «The Creation of Patrarchy», pp. 188-189), Mason critica il passaggio dalla venerazione delle potenze «naturali», alle quali le donne sarebbero «associate», al disprezzo per quella stessa «natura», domata e svelata attraverso la domesticazione degli animali. Ora, questa «associazione» tra le donne e la «natura», che Mason ritiene originaria, ontologica, aveva avuto origine proprio dalla divisione del lavoro dell'organizzazione sociale precedente (donne raccoglitrici, uomini cacciatori; donne datrici di vita, uomini datori di morte); una divisione che, stando alla ricostruzione di Mason, si riproduce in forme diverse nell'organizzazione sociale successiva, in cui gli uomini si occupano della produzione e le donne della ri-produzione. Ma l'oggetto dello sdegno di Mason non è la concreta divisione del lavoro, bensì... semplicemente la diversa valutazione ideologica che ne viene fatta! In altre parole, Mason non vede nessun problema nel fatto che le donne siano relegate nel ruolo familiare-riproduttivo, nel momento in cui di questo ruolo si faccia – ipocritamente - l'apologia.

2. Tant'è vero che nel paragrafo «Pornography: Ritual Reduction of Women» (pp. 266-267) Mason si lancia in un'appassionata difesa degli organi genitali femminili, basata sul loro essere «the source of life itself, the organs of procreation (...) which substain infant life, the organs of nurturing», e così via: leggendo questa incredibile – ed intollerabile – descrizione, verrebbe quasi da chiedersi chi non ha ancora capito il ruolo maschile nella riproduzione della specie! Per Mason, la colpa della pornografia consiste semplicemente nel distruggere una dignità femminile basata sul potere riproduttivo, di desacralizzare la «Donna», etc. Ma le donne non vogliono affatto di essere angelicate, ben consapevoli che l'angelicazione della «Donna» è solo l'altra faccia della sua deprecazione (vedi il binomio Maria-Eva). Ben altre sono le rivendicazioni delle donne, ben altro dev'essere lo sguardo sul corpo sessuale femminile: non «Prostituta» da cui estrarre piacere, ma neanche «Madonna», o «Super-Madre», da cui esigere vita, cura, tenerezza, bensì individuo libero di scegliere chi, cosa, come, quando, con chi essere, libero di scegliere il piacere per il piacere, al pari di qualunque altro essere senziente.

3. Ma attenzione: nella conclusione del libro (paragrafo «Men, Women and Sexual Ethics», pp. 292-294), Mason ci regala un colpo di scena: ora il patriarcato è accusato di relegare le donne al ruolo di riproduttrici ed allevatrici di bambini! Ma come: non era proprio questo ruolo il fulcro del presunto potere femminile? Non era in questo ruolo che risiedeva l'essenza mirabile degli organi genitali femminili? Ebbene, non lasciamoci ingannare: Mason non ha improvvisamente scoperto che i corpi delle donne sono corpi politici e non biologici. Si tratta semplicemente di un tentativo di aggancio tra la critica del patriarcato e l'ecologia: l'imposizione dell'eterosessualità - e, all'interno di questa, della funzione riproduttiva - viene criticata non in se stessa (potrebbe esserlo solo in una cornice non essenzialista!), ma... come causa dell'attuale crisi di sovrappopolazione! Per cui, l'omosessualità deve essere accettata in quanto... «ecologica»! Quanto agli eterosessuali, sono invitati a scoprire il sesso non procreativo per motivi analoghi, ed anche per evitare di mettere al mondo figli infelici perché non realmente voluti ma prodotti solo per soddisfare gli stereotipi patriarcali.

È evidente in questo contorto ragionamento lo sforzo di integrare in un quadro primitivista-essenzialista istanze che scaturiscono dalle coscienze e dalle lotte di donne e uomini di oggi: istanze che chiamano ad un ripensamento totale della biopolitica delle relazioni e ad una esplosione totale del discorso sulle identità, e che non possono accettare compromessi di sorta con quel quadro impicitamente retrivo. Come potrebbe infatti per una donna esserci conciliazione tra l'introiezione di un'immagine di sé come donatrice della vita etc., e l'accettazione, in nome di una coscienza «ecologista», di una pratica sessuale non procreativa, di fatto contraddittoria con quell'immagine? Tale retorica eco-essenzialista non fa che condannare le donne alla schizofrenia. Quel che è più triste, lo fa in nome di un presunto «femminismo», probabilmente residuo degradato di quel femminismo «della differenza» inventato nelle università americane e tanto comodo ai maschi tutti. «Feminism is environmentalism in the world of today», dice Mason alla p. 292: ci mancava solo il pretesto dell'ambientalismo per convincere le donne che la loro liberazione serve solo se realizza altri fini... Alla larga dagli «amici delle donne»!

Saturday, October 11 2008

Differenze...

La settimana scorsa si è svolto a Gorizia il convegno internazionale Human Beings: Philosophical, Theological and Scientific Perspectives. Lo scopo di questa riunione di dotti era dare risposta a «domande antiche», come

In cosa consiste la natura umana? Che cosa ci distingue dagli altri esseri viventi, rendendoci creature uniche?

e alle loro versioni moderne, quali

Come tracciare un confine netto tra l’uomo e l’animale, in un’epoca in cui l’ingegneria genetica si appresta a rendere tale confine sempre più sfumato?

Evidente il carattere circolare di tali

questioni etiche delicatissime

Non si chiede se qualcosa ci distingue dagli altri animali, ma cosa ci distingue da loro; non si chiede se un confine tra noi e loro esiste, ma come tracciarlo in modo inequivocabile ed incontrovertibile.

Se la domanda sulla differenza umana fosse posta in modo neutrale, la risposta sarebbe semplicissima: basterebbe elencare i caratteri fisiologici e comportamentali che fanno degli umani una specie unica di fronte ad altre specie anch'esse rese uniche da caratteri fisiologici e comportamentali diversi da quelli umani. Ma la domanda non è neutrale: si vuole stabilire una diversità «più diversa» delle altre, una unicità «più unica» di tutte.

SchaefferJean-Marie Schaeffer mette bene a nudo il postulato sottinteso dalle «delicatissime questioni etiche» di cui sopra: quello per cui il mondo vivente sarebbe diviso in due rigide classi (umani da una parte, altri animali dall'altra) distinguibili non semplicemente in base a «differenze», ma in virtù di un surplus ontologico fruito esclusivamente dagli umani (gli unici il cui essere non sarebbe riducibile all'esistenza biologica). Schaeffer chiama questo scivolamento della differenza in eccezionalità rottura ontica e ne fa uno dei cardini di quella «Tesi dell'eccezione umana» che il suo ultimo libro analizza e critica (La fin de l'exception humaine, Gallimard 2007).

Schaeffer afferma anche, a giusto titolo, che la «Tesi dell'eccezione umana» non è una dottrina filosofica: le sofisticate versioni che essa ha conosciuto nella storia delle idee riposano sugli stessi pressuposti delle sue varianti più ingenue e rozze, e tutte costituiscono, fondamentalmente e innanzitutto, la costruzione di un'immagine di sé.

Ma questa comunella del filosofo e dell'uomo qualunque nel sostenere l'eccezionalità umana ha basi volgari, che si rintracciano senza troppa fatica nella passione condivisa per bistecche e salsicce. Così come per spiegare la comunella del filosofo e del maschio qualunque nel predicare la «differenza femminile» basta pensare al loro interesse condiviso a trovare mutandine e calzini puliti ogni mattina.

In altre parole, ogni pensiero della «differenza» maschera interessi materiali: la posta in gioco non è filosofica, ma nemmeno antropologica (e meno ancora psicanalitica), ma politica.

Dice bene Christine Delphy: l'unico modo per superare l'opposizione tra «uguaglianza» e «differenza» è ammettere che il vero antonimo di uguaglianza è disuguaglianza. Per le donne come per gli animali.

Tuesday, September 16 2008

Conciliare lavoro e famiglia

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L'ISTAT ha pubblicato uno studio dell'impatto del lavoro sull'organizzazione del tempo delle donne; il testo si può scaricare qui.

Secondo questa indagine, la divisione del lavoro familiare in base al genere è ancora molto rigida: le donne sono ancora tenute ad assumersi l'intera responsabilità del lavoro domestico e della cura dei figli. Ne consegue che per le donne, e solo per le donne, l'attività lavorativa è duplice: quella ufficiale (= riconosciuta e pagata) e quella ufficiosa ( = non riconosciuta e non pagata perché... «naturale»).

La vita delle donne diventa così un'acrobazia perenne, in risposta alle pretese congiunte del capitalismo e del maschilismo. Quest'ultimo, non volendo rinunciare ai suoi privilegi, usa colpevolizzare le donne che lavorano, traditrici della famiglia, noncuranti dei figli, etc. Tali accuse non sono nuove: già nell'Ottocento, l'ideologia patriarcale usava condannare le donne che trascuravano i loro «doveri di mogli e di madri» per lavorare. Ma in realtà, il lavoro femminile è sempre esistito. Allora, cosa è cambiato nella società contemporanea? Perché lavoro e famiglia sono diventati inconciliabili?

Monday, September 1 2008

«Le donne nel mirino»

Qualche parola sul bell'articolo «Le donne nel mirino» di Marino Niola, pubblicato su Repubblica il 24 agosto.

Che sia per strada o tra le pareti domestiche. Che l'aggressore sia uno sconosciuto o abbia il volto familiare di un parente. Che l'orrore le colga di sorpresa o le attenda regolarmente come per un appuntamento cui non possono sottrarsi. Che sia un connazionale o uno straniero come nel caso della vittima di ieri, la ragione profonda è sempre la stessa. È l'idea che le donne non siano veramente eguali. Che sono quasi colpevoli delle loro sacrosante conquiste. Al punto da scambiare troppo spesso la loro libertà, frutto di un trentennio di battaglie pubbliche e private, per una disinvolta disponibilità. O per una mancanza di tutela maschile che le rende facili, e legittime prede.

Questo passaggio particolarmente forte innesca una riflessione su un elemento importante, «l'idea che le donne non siano veramente eguali». Giustamente Niola lascia intendere che a questo «non essere veramente uguali» delle donne corrispondono sia una degradazione qualitativa che un asservimento di fatto.

Quando si parla della questione delle donne in un'ottica politica, ci si sente rispondere che gli esseri umani sono tutti uguali e che una specifica questione femminile non esiste; se invece si parla delle donne in modo concreto, ci si sentirà dire che le donne sono diverse.

L'ambigua altalena tra uguaglianza e diversità avviluppa l'annullamento dei risultati ottenuti dalle donne con la lotta politica. L'emancipazione delle donne viene criticata, se non addirittura demonizzata, perché colpevole di aver causato una perdita di... diversità! E le difficoltà che caratterizzano la vita delle donne vengono eluse, sia escludendole dal discorso dell'«uguaglianza» in quanto non pertinenti, sia giustificandole ricorrendo al discorso della «differenza».

Ma insomma: le donne sono «uguali» oppure sono «diverse»? E se sono «uguali e diverse» allo stesso tempo, esiste una qualche relazione tra la loro «uguaglianza» e la loro «diversità»?

Monday, August 25 2008

Camille Claudel

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Camille Claudel (1864-1943) è diventata l'archetipo mitico del genio maledetto femminile. Osò lavorare nella scultura, il più maschile di tutti i mezzi, far da modella e lavorare per un artista di primo piano, Auguste Rodin, prenderlo apertamente come suo amante, e rappresentare i desideri erotici delle donne. La sua famiglia e Rodin la abbandonarono, perse la ragione e la storia dell'arte si dimenticò di lei per tre quarti di secolo.

Anne Higonnet, «Le donne e le immagini», in Storia delle donne. L'Ottocento, a cura di G. Fraisse e M. Perrot, Laterza, Bari 1991.

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Le immagini erotiche, qualunque fosse il mezzo figurativo, erano sempre fatte dagli uomini. Alle donne era raramente permesso di frequentare corsi di anatomia o di lavorare sul nudo nelle scuole d'arte. I costumi della borghesia ponevano un tabù rigoroso sulla rappresentazione da parte delle donne del nudo maschile e relegavano il desiderio sessuale femminile alla devianza, tabù che Camille Claudel violava in modo flagrante. Le sculture di Auguste Rodin sull'amore eterosessuale come Il bacio del 1886 furono salutate come rappresentazioni classiche di una forza vitale universale, ma l'analogo della Claudel, L'abbandono del 1888-1905, contribuì alla sua emarginazione. Se, come è stato solitamente asserito, la Claudel ha semplicemente imitato Rodin, il suo gesto avrebbe dovuto essere una semplice affermazione del fatto che le donne potessero al pari degli uomini rappresentare soggetti erotici. Ma L'abbandono è appunto sufficientemente diverso da Il bacio da suggerire un'immagine alternativa del desiderio sessuale delle donne, assolutamente eccezionale nella storia dell'arte del XIX secolo. La Claudel immaginò il desiderio non come un rapporto di forza in cui una donna si avvinghia dal basso ad un maschio dominante, ma come il reciproco desiderio di due corpi. Lui, sensualmente flessuoso, si inginocchia ardentemente di fronte a lei, che, forte e muscolosa, gli si dona. La padronanza che la Claudel aveva delle tecniche di modellatura e di scultura dava presenza fisica alla sua concezione della sessualità. Nessun altro artista, nemmeno Suzanne Valadon, un tempo modella della classe operaia, che dipinse audaci immagini del nudo femminile, infranse tante convenzioni culturali.

Anne Higonnet, «Immagini di donne», in Storia delle donne. L'Ottocento, cit.

Vedi anche:

Tuesday, August 12 2008

Chi ha paura dell'incompetenza?

Frammento di una vecchia discussione dal sito del Courrier International. Era il 2007: in Francia, Ségolène Royal e Nicolas Sarkozy andavano al ballottaggio per la Presidenza della Repubblica.

tirlipinpon77 - Per me, Ségolène Royal è incompetente. Pensa che sia più importante eleggere una donna piuttosto che privilegiare la competenza, l'esperienza per diventare capo di Stato?

giornalista del Courrier International - L'idea che lei si fa della competenza di un politico è molto francese e insieme molto personale. In nessun altro paese europeo si ritiene che un futuro capo di Stato o un futuro Primo Ministro debba essere bardato di diplomi, referenze e crediti diplomatici. Angela Merkel, per esempio, aveva esercitato solo funzioni minotri sotto Helmut Kohl, e questo dieci anni prima di diventare cancelliere della prima potenza economica europea. Si potrebbe fare la stessa osservazione per Zapatero, Balkenende ou Blair – per non parlare di George W. Bush.

Effettivamente, l'Italia è l'ultimo paese al mondo in cui l'incompetenza è considerata un ostacolo per l'acquisizione di importanti ruoli politici. In Italia, quindi, non c'è bisogno della scusa dell'incompetenza per mettere fuori gioco le donne dalla politica che conta: l'esclusione delle donne è un fatto che non sollecita pretesti di facciata. Gli Italiani non sembrano trovare sorprendente l'assenza totale delle donne dalle alte cariche politiche in 60 anni di Repubblica Italiana, né sembrano provare il bisogno di indagarne le cause. Un dibattito pubblico in merito non esiste.

Schematicamente - il problema è troppo ampio per essere trattato in un blog - il motivo per cui gli Italiani non rilevano la dimensione scandalosa dell'assenza delle donne dalla politica è da cercare in due elementi:

1. la persistenza in Italia di una percezione delle donne ancora profondamente impregnata di ideologia patriarcale, che vede opposti ed inconciliabili nella donna il ruolo di «angelo del focolare» e la dimensione di essere umano (cittadina, lavoratrice, studiosa, etc.);

2. il ruolo centrale della retorica della volontà come schermo dell'ingiustizia: poiché le donne sono formalmente libere di «voler fare» (nel caso presente, di entrare in politica), il non fare equivale al non volere; il pendant di tale retorica è che chi fa, automaticamente vuole fare quello che fa per il semplice fatto di farlo.

Va da sé che, agli occhi del maschio italico, se le donne non vogliono fare politica, probabilmente è anche perché si sentono incompetenti, e se loro stesse si sentono incompetenti probabilmente lo sono. Non c'è neanche bisogno di sollevare la questione!

Saturday, August 9 2008

Quanto è utile l'Afghanistan al patriarcato!

Mi chiedo: come mai, nel 2001, quando gli USA e i loro alleati hanno scelto di affiancare allo spauracchio del terrorismo la retorica dei «diritti delle donne» per ottenere il sostegno dell'opinione pubblica, questa tattica ha funzionato così bene? Eppure oggi il femminismo è ritenuto obsoleto! Cosa ha spinto i nostri signori della guerra (e del capitale) a scegliere proprio quel tema?

Innanzitutto, se questa scelta è stata fatta, bisogna ritenere che la questione delle donne non sia poi tanto obsoleta e che riesca ancora a sollevare una certa dose di indignazione. Ma attenzione: il trucco funziona solo se il bersaglio dell'indignazione non è la nostra società, bensì un'altra - per di più, lontana ed esotica (lo stesso trucco funziona benissimo se il bersaglio è un singolo individuo, purché sia straniero, e di nazionalità non eurostatunitense).

Femminismo come schermo della xenofobia, dunque? L'implicazione è in realtà reciproca: da una parte, la xenofobia si serve del pretesto della difesa delle donne per avere campo libero, dall'altra la società patriarcale occidentale catalizza sullo spauracchio del «barbaro» la colpa dell'oppressione delle donne per potersene proclamare innocente. Nel 2001, l'uomo occidentale poteva dire alla donna occidentale: «guarda in che modo gli afghani trattano le loro donne: noi non siamo così!»; e lei poteva pensare: «oh, che vita grama fanno le donne in Afghanistan! Meglio che noi qui ci accontentiamo della nostra situazione, anche se ci discriminano sul lavoro, anche se la violenza che subiamo dai nostri mariti non è riconosciuta, anche se siamo mal rappresentate in Parlamento, anche se le cariche di governo ci sono precluse... sempre meglio che in Afghanistan...» E così, grazie allo spettro del patriarcato esotico, il banale patriarcato nostrano continuava indisturbato ad esercitare le sue funzioni.

L'Afghanistan ha reso un altro grande favore ai paesi occidentali, quello di far credere che l'oppressione delle donne sia esercitata in modo verticale, dittatoriale: i Taleban al di sopra e contro il resto della società. Nulla di più falso: il patriarcato è un sistema di potere orizzontale, frammentato, polverizzato, di cui gode in potenza ogni uomo per il fatto di essere uomo, e che opprime in potenza ogni donna per il fatto che è donna. Individuare spauracchi circoscritti, come «i Taleban», o «il Vaticano», consente l'assolvimento di mariti, genitori, insegnanti, colleghi... tutti in realtà coinvolti, almeno virtualmente, nell'esercizio del potere maschile. Certo, «i Taleban» o «il Vaticano» hanno dei ruoli considerevoli nell'alimentare l'ideologia che sostiene il sistema. Ma il sistema stesso consiste nell'estrazione dalle donne di vantaggi materiali, di cui fruiscono tutti gli uomini che le circondano nel quotidiano. Tranne quelli che decidono coscientemente di rinunciarvi, e non sono molti.

Quando si parla di alienazione, bisognerebbe valutare anche l'alienazione della colpa. In questo, l'Afghanistan ha funzionato proprio bene...