«Here Comes Miss Modern»

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Tag - Donne

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Friday, December 12 2008

Margherita Isnardi Parente

Il tempo di imbattermi nella menzione di un suo scritto sulle origini greche del pensiero non antropocentrico («Le radici greche di una filosofia non antropocentrica», Biblioteca della Libertà, 103, ottobre- dicembre 1988) e di fare una rapida ricerca su internet, e scopro che Margherita Isnardi Parente è morta meno di un mese fa.

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Friday, October 24 2008

Dal mondo

Contro l’infibulazione femminile si schierano le First Ladies di 7 Paesi dell’Africa Occidentale (Benin, Costa D'Avorio, Ghana, Mali, Niger, Togo e Burkina Faso). Le consorti dei governanti non ci stanno a chiudere gli occhi su una pratica barbara che riguarda in Burkina Faso il 48,55% delle donne e in Costa d’Avorio il 45%. La mutilazione dei genitali femminili, praticata in 28 Paesi africani, è sempre una piaga diffusa che con il tempo è diventata clandestina e transfrontaliera. Leggi su Combonifem.

Malalai Joya in Toscana per un'onorificenza: “Dire che gli Stati Uniti abbiano portato l’affermazione dei diritti delle donne in Afghanistan equivale a dire il falso. La situazione è peggiore di sette anni fa. Il governo dell’Alleanza del Nord è tanto fondamentalista e violento quanto lo era quello dei talebani. Continuerò la mia battaglia per raccontare la verità a sostegno della mia gente, contro i signori della guerra, anche se so che probabilmente, prima o poi riusciranno ad uccidermi”. Leggi su Combonifem.

Leyla Zana a Roma e a Milano: eletta nel 1991 nella Assemblea turca in rappresentanza della minoranza curda - ma la popolazione kurda fra Turchia, Iraq e Siria conta decine di milioni di donne e uomini - è stata condannata nel 1994 a quindici anni di prigione a seguito del suo giuramento come parlamentare pronunciato in lingua turca e curda. Leggi su Womenews.

Medicina, un Nobel (anche) femminile. Françoise Barré-Sinoussi è l'ottava donna a vincere il premio per la medicina, e la dodicesima in tutte le discipline scientifiche in oltre un secolo di storia: l'ultima vincitrice, nel 1995, è stata la tedesca Christiane Nusslein-Volhard, prima di lei Rita Levi Montalcini, nel 1986. Leggi su Kila.

Monday, August 25 2008

Camille Claudel

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Camille Claudel (1864-1943) è diventata l'archetipo mitico del genio maledetto femminile. Osò lavorare nella scultura, il più maschile di tutti i mezzi, far da modella e lavorare per un artista di primo piano, Auguste Rodin, prenderlo apertamente come suo amante, e rappresentare i desideri erotici delle donne. La sua famiglia e Rodin la abbandonarono, perse la ragione e la storia dell'arte si dimenticò di lei per tre quarti di secolo.

Anne Higonnet, «Le donne e le immagini», in Storia delle donne. L'Ottocento, a cura di G. Fraisse e M. Perrot, Laterza, Bari 1991.

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Le immagini erotiche, qualunque fosse il mezzo figurativo, erano sempre fatte dagli uomini. Alle donne era raramente permesso di frequentare corsi di anatomia o di lavorare sul nudo nelle scuole d'arte. I costumi della borghesia ponevano un tabù rigoroso sulla rappresentazione da parte delle donne del nudo maschile e relegavano il desiderio sessuale femminile alla devianza, tabù che Camille Claudel violava in modo flagrante. Le sculture di Auguste Rodin sull'amore eterosessuale come Il bacio del 1886 furono salutate come rappresentazioni classiche di una forza vitale universale, ma l'analogo della Claudel, L'abbandono del 1888-1905, contribuì alla sua emarginazione. Se, come è stato solitamente asserito, la Claudel ha semplicemente imitato Rodin, il suo gesto avrebbe dovuto essere una semplice affermazione del fatto che le donne potessero al pari degli uomini rappresentare soggetti erotici. Ma L'abbandono è appunto sufficientemente diverso da Il bacio da suggerire un'immagine alternativa del desiderio sessuale delle donne, assolutamente eccezionale nella storia dell'arte del XIX secolo. La Claudel immaginò il desiderio non come un rapporto di forza in cui una donna si avvinghia dal basso ad un maschio dominante, ma come il reciproco desiderio di due corpi. Lui, sensualmente flessuoso, si inginocchia ardentemente di fronte a lei, che, forte e muscolosa, gli si dona. La padronanza che la Claudel aveva delle tecniche di modellatura e di scultura dava presenza fisica alla sua concezione della sessualità. Nessun altro artista, nemmeno Suzanne Valadon, un tempo modella della classe operaia, che dipinse audaci immagini del nudo femminile, infranse tante convenzioni culturali.

Anne Higonnet, «Immagini di donne», in Storia delle donne. L'Ottocento, cit.

Vedi anche:

Friday, August 8 2008

Malalai Joya: quando i deboli sono più forti dei forti

L'altro giorno ho letto da qualche parte che l'unica guerra che sia mai stata dichiarata nella storia umana in nome dei «diritti delle donne» è stata quella contro l'Afghanistan. Una nota ironica. E amara.

Malalai JoyaMi torna in mente l'intervista a Malalai Joya pubblicata da Le Monde il 25 luglio scorso; per le lettrici italofone, segnalo il blog Malalai Joya, una voce dell'Afghanistan democratico, un recente articolo di Repubblica, ed uno di due anni fa. Leggendo quell'intervista, accompagnata da un'enorme, bellissima foto di questa donna intelligente e coraggiosa, mi ero detta: con che arroganza i paesi occidentali hanno intrapreso la loro crociata per insegnare i «diritti delle donne» all'Afghanistan! Dipingevano le donne afghane come dei pezzi di carne, da liberare sostituendo il burqa con la minigonna! Invece queste donne erano già attive negli anni '90 in una rete di solidarietà, la Organization for Promoting Afghan Women Capability (OPAWC), che operava dapprima nei campi profughi in Pakistan e successivamente in Afghanistan, in modo clandestino; lo scopo di questa associazione era trasmettere un'istruzione alle bambine e alle altre donne afghane.

Oggi il burqa, paradossalmente, è la salvezza di Malalai Joya, poiché la nasconde alla vista di coloro che la braccano per violentarla, sfregiarla, ucciderla. La sua colpa: aver denunciato il bluff di una democrazia fantoccio, gestita da criminali vecchi e nuovi, signori della guerra, della droga e dell'integralismo. E sembra che sia l'unica ad aver parlato chiaro e forte, l'unica a rischiare la vita. Due anni fa, il giornalista (uomo) di Repubblica scriveva:

Parli di lei con i suoi colleghi deputati, tutti d'area democratica, e li vedi scuotere la testa: coraggiosa, senza dubbio, sapeva che è comunista?; però impolitica, intempestiva, sconsiderata. Probabilmente hanno ragione, però lo dicono con una strana agitazione nella voce, quasi li mettesse a disagio il fatto che oggi in Afganistan sia una donna a denunciare i misfatti di quei comandanti mujahiddin che ora controllano maggioranza e opposizione in parlamento; e soprattutto che insista - impenitente, recidiva, malgrado minacce ormai quotidiane - in una dimostrazione spettacolare delle virtù considerate tipiche dell'eroismo maschile: disprezzo della morte, combattività, una determinazione inflessibile.

«Impolitica, intempestiva, sconsiderata»: ecco riaffacciarsi la solita ideologia patriarcale che vuole le donne incapaci di prendere parte alla vita pubblica, buone solo a gestire un focolare. Se una donna grida una verità scomoda, sarà etichettata come impulsiva: si stornerà l'attenzione da ciò che dice per spostarla su ciò che lei «è», solito appiattimento del politico sul personale. Ma, osserva onestamente il giornalista, stavolta questa retorica è troppo sfacciata: non si possono far passare il coraggio e l'integrità per... visceralità.

Il caso di Malalai Joya rivela, oltre alle grandi verità scomode della politica afghana, una piccola verità scomoda buona anche per la nostra Italietta: che le donne possono essere più forti degli uomini e che i deboli possono essere più forti dei forti. Ovvero, che per fare politica in modo realmente democratico bisogna aver superato il fantasma della gentil donzella prigioniera del drago.

Vedi anche: