L'altro giorno ho letto da qualche parte che l'unica guerra che sia mai stata dichiarata nella storia umana in nome dei «diritti delle donne» è stata quella contro l'Afghanistan. Una nota ironica. E amara.
Mi torna in mente l'intervista a Malalai Joya pubblicata da Le Monde il 25 luglio scorso; per le lettrici italofone, segnalo il blog Malalai Joya, una voce dell'Afghanistan democratico, un recente articolo di Repubblica, ed uno di due anni fa. Leggendo quell'intervista, accompagnata da un'enorme, bellissima foto di questa donna intelligente e coraggiosa, mi ero detta: con che arroganza i paesi occidentali hanno intrapreso la loro crociata per insegnare i «diritti delle donne» all'Afghanistan! Dipingevano le donne afghane come dei pezzi di carne, da liberare sostituendo il burqa con la minigonna! Invece queste donne erano già attive negli anni '90 in una rete di solidarietà, la Organization for Promoting Afghan Women Capability (OPAWC), che operava dapprima nei campi profughi in Pakistan e successivamente in Afghanistan, in modo clandestino; lo scopo di questa associazione era trasmettere un'istruzione alle bambine e alle altre donne afghane.
Oggi il burqa, paradossalmente, è la salvezza di Malalai Joya, poiché la nasconde alla vista di coloro che la braccano per violentarla, sfregiarla, ucciderla. La sua colpa: aver denunciato il bluff di una democrazia fantoccio, gestita da criminali vecchi e nuovi, signori della guerra, della droga e dell'integralismo. E sembra che sia l'unica ad aver parlato chiaro e forte, l'unica a rischiare la vita. Due anni fa, il giornalista (uomo) di Repubblica scriveva:
Parli di lei con i suoi colleghi deputati, tutti d'area democratica, e li vedi scuotere la testa: coraggiosa, senza dubbio, sapeva che è comunista?; però impolitica, intempestiva, sconsiderata. Probabilmente hanno ragione, però lo dicono con una strana agitazione nella voce, quasi li mettesse a disagio il fatto che oggi in Afganistan sia una donna a denunciare i misfatti di quei comandanti mujahiddin che ora controllano maggioranza e opposizione in parlamento; e soprattutto che insista - impenitente, recidiva, malgrado minacce ormai quotidiane - in una dimostrazione spettacolare delle virtù considerate tipiche dell'eroismo maschile: disprezzo della morte, combattività, una determinazione inflessibile.
«Impolitica, intempestiva, sconsiderata»: ecco riaffacciarsi la solita ideologia patriarcale che vuole le donne incapaci di prendere parte alla vita pubblica, buone solo a gestire un focolare. Se una donna grida una verità scomoda, sarà etichettata come impulsiva: si stornerà l'attenzione da ciò che dice per spostarla su ciò che lei «è», solito appiattimento del politico sul personale. Ma, osserva onestamente il giornalista, stavolta questa retorica è troppo sfacciata: non si possono far passare il coraggio e l'integrità per... visceralità.
Il caso di Malalai Joya rivela, oltre alle grandi verità scomode della politica afghana, una piccola verità scomoda buona anche per la nostra Italietta: che le donne possono essere più forti degli uomini e che i deboli possono essere più forti dei forti. Ovvero, che per fare politica in modo realmente democratico bisogna aver superato il fantasma della gentil donzella prigioniera del drago.
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