«Here Comes Miss Modern»

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Tag - Critica della «differenza»

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Wednesday, November 19 2008

«Nessuno è schiavo per natura!»

dEa

Comunicato di adesione di donnEanimali alla manifestazione del 22 novembre prossimo contro la violenza maschile sulle donne:

Secondo uno studio dell'associazione europea «Du côté des filles», condotto sulla letteratura per l'infanzia di Francia, Spagna e Italia, gli animali antropomorfizzati sono le figure più utilizzate per inculcare l'immagine di ruoli sessuati rigidi: gli albi per bambine e bambini pullulano di mamme orse in grembiule, affaccendate a preparare la minestra in grandi calderoni, e papà castori in pantofole, che aspettano la cena leggendo il giornale sprofondati in poltrona. Il riferimento ideologico alla «natura», a presunte leggi originarie ed immutabili di cui gli «amici animali» sarebbero l'incarnazione, sembra essere una delle armi più potenti per trasmettere gli stereotipi di genere e rivitalizzare l'immagine della buona famiglia all'antica: in parole povere, per legittimare l'oppressione patriarcale sulle donne.

Continua a leggere su donnEanimali.

Monday, October 20 2008

Un libro sbagliato

Segue parte della mia recensione di An Unnatural Order, di Jim Mason (Continuum, New York 1993; il titolo scelto per la traduzione italiana, Un mondo sbagliato, Sonda 2007, ispira l'intestazione del post). Il testo integrale della recensione può essere letto sul mio sito.

5. Ed infine, ovviamente, le donne

An unnatural order

Un altro punto dolente del libro di Mason è il modo in cui viene presentata la problematica dell'oppressione delle donne, il che si riallaccia del resto alla stessa questione della sessualità aperta con la discussione su Sade.

Ironically, the very association with nature that once gave women social power and status served, in agri-culture, to reduce that power and status (p. 188).

Trovo questa osservazione non ironica ma contraddittoria.

In generale, qualunque apologia delle donne che consista in una riabilitazione dell'immagine de «la Donna» costruita dalla cultura patriarcale e di tutto ciò che detta immagine contiene, non può che costituire una riaffermazione di un sistema (sociale ed ideologico) che ha già separato le donne, ne ha già costruito la classe e le ha già costrette in una determinazione discorsiva. In altre parole, riscattare l'«alterità» - che sia di donna, di animale, di straniero – non è altro che riconsegnare l'altro all'identità di... «Altro», nella quale è stato imprigionato.

Ho già fatto notare questa contraddizione nella recensione «Erinni. Note critiche a un testo teatrale», in cui scrivevo:

Che l'attrice-Erinni decida o meno, riesca o meno ad indossare la maschera da Eumenide, che la condannerà al silenzio, ella è già stata sconfitta nel momento in cui, come donna, ha deciso di indossare i panni dell'Erinni, accettando l'imposizione di identità da parte del maschio. Ella è già confinata nell'Altrove; di lì, potrà servire il maschio come silenziosa Eumenide o potrà restare Erinni ed urlare, ma con «parole senza linguaggio» (Foucault). In entrambi i casi, sarà distorta e negata.

Nel caso di Mason, la maschera offerta alla donna è, banalmente, quella del potere riproduttivo: nelle società pre-agricole, dice Mason,

... to be female was to be in continuum with the major mysteries: childbirth, the silent but potent plant world, the fecundity of other animals, and the growth and regeneration of the living world (p. 68).

È chiaro che questo suggestivo ritratto della Donna/Femmina, che Mason eredita dall'ecofemminismo, coincide in tutto e per tutto con quello dell'ideologia patriarcale. La sola differenza è che Mason e le ecofemministe, guidati/e da nostalgie primitiviste, si sforzano di farlo apparire positivo; ma la sostanza resta intatta e questo (presunto) innalzamento della (presunta) identità delle donne si traduce in una vacua lusinga, che lascia le donne concrete prigioniere dell'ideologia di chi le opprime.

A tale visione della «Donna» corrispondono, inoltre, due intollerabili violenze:

- sulle donne che non possono procreare, comprese le trans (v. in merito il post «Transphobia: Feminist-Vegetarians/Ecofeminists» nel blog The Vegan Ideal; in questo posto, si denuncia il concetto sessista - dell'ecofemminista Mary Daly - della inerente natura «biofila» delle donne «cisessuali» (cioè non trans) e della loro «ginergia», ovvero energia femminile, laddove le donne trans sarebbero false donne, prive della presunta energia femminile);

- sulle donne che non vogliono procreare.

L'essenzialismo, perno del ragionamento di Mason, lo conduce alla seguente contraddizione:

1. Nella descrizione della «creazione del patriarcato» (paragrafo «The Creation of Patrarchy», pp. 188-189), Mason critica il passaggio dalla venerazione delle potenze «naturali», alle quali le donne sarebbero «associate», al disprezzo per quella stessa «natura», domata e svelata attraverso la domesticazione degli animali. Ora, questa «associazione» tra le donne e la «natura», che Mason ritiene originaria, ontologica, aveva avuto origine proprio dalla divisione del lavoro dell'organizzazione sociale precedente (donne raccoglitrici, uomini cacciatori; donne datrici di vita, uomini datori di morte); una divisione che, stando alla ricostruzione di Mason, si riproduce in forme diverse nell'organizzazione sociale successiva, in cui gli uomini si occupano della produzione e le donne della ri-produzione. Ma l'oggetto dello sdegno di Mason non è la concreta divisione del lavoro, bensì... semplicemente la diversa valutazione ideologica che ne viene fatta! In altre parole, Mason non vede nessun problema nel fatto che le donne siano relegate nel ruolo familiare-riproduttivo, nel momento in cui di questo ruolo si faccia – ipocritamente - l'apologia.

2. Tant'è vero che nel paragrafo «Pornography: Ritual Reduction of Women» (pp. 266-267) Mason si lancia in un'appassionata difesa degli organi genitali femminili, basata sul loro essere «the source of life itself, the organs of procreation (...) which substain infant life, the organs of nurturing», e così via: leggendo questa incredibile – ed intollerabile – descrizione, verrebbe quasi da chiedersi chi non ha ancora capito il ruolo maschile nella riproduzione della specie! Per Mason, la colpa della pornografia consiste semplicemente nel distruggere una dignità femminile basata sul potere riproduttivo, di desacralizzare la «Donna», etc. Ma le donne non vogliono affatto di essere angelicate, ben consapevoli che l'angelicazione della «Donna» è solo l'altra faccia della sua deprecazione (vedi il binomio Maria-Eva). Ben altre sono le rivendicazioni delle donne, ben altro dev'essere lo sguardo sul corpo sessuale femminile: non «Prostituta» da cui estrarre piacere, ma neanche «Madonna», o «Super-Madre», da cui esigere vita, cura, tenerezza, bensì individuo libero di scegliere chi, cosa, come, quando, con chi essere, libero di scegliere il piacere per il piacere, al pari di qualunque altro essere senziente.

3. Ma attenzione: nella conclusione del libro (paragrafo «Men, Women and Sexual Ethics», pp. 292-294), Mason ci regala un colpo di scena: ora il patriarcato è accusato di relegare le donne al ruolo di riproduttrici ed allevatrici di bambini! Ma come: non era proprio questo ruolo il fulcro del presunto potere femminile? Non era in questo ruolo che risiedeva l'essenza mirabile degli organi genitali femminili? Ebbene, non lasciamoci ingannare: Mason non ha improvvisamente scoperto che i corpi delle donne sono corpi politici e non biologici. Si tratta semplicemente di un tentativo di aggancio tra la critica del patriarcato e l'ecologia: l'imposizione dell'eterosessualità - e, all'interno di questa, della funzione riproduttiva - viene criticata non in se stessa (potrebbe esserlo solo in una cornice non essenzialista!), ma... come causa dell'attuale crisi di sovrappopolazione! Per cui, l'omosessualità deve essere accettata in quanto... «ecologica»! Quanto agli eterosessuali, sono invitati a scoprire il sesso non procreativo per motivi analoghi, ed anche per evitare di mettere al mondo figli infelici perché non realmente voluti ma prodotti solo per soddisfare gli stereotipi patriarcali.

È evidente in questo contorto ragionamento lo sforzo di integrare in un quadro primitivista-essenzialista istanze che scaturiscono dalle coscienze e dalle lotte di donne e uomini di oggi: istanze che chiamano ad un ripensamento totale della biopolitica delle relazioni e ad una esplosione totale del discorso sulle identità, e che non possono accettare compromessi di sorta con quel quadro impicitamente retrivo. Come potrebbe infatti per una donna esserci conciliazione tra l'introiezione di un'immagine di sé come donatrice della vita etc., e l'accettazione, in nome di una coscienza «ecologista», di una pratica sessuale non procreativa, di fatto contraddittoria con quell'immagine? Tale retorica eco-essenzialista non fa che condannare le donne alla schizofrenia. Quel che è più triste, lo fa in nome di un presunto «femminismo», probabilmente residuo degradato di quel femminismo «della differenza» inventato nelle università americane e tanto comodo ai maschi tutti. «Feminism is environmentalism in the world of today», dice Mason alla p. 292: ci mancava solo il pretesto dell'ambientalismo per convincere le donne che la loro liberazione serve solo se realizza altri fini... Alla larga dagli «amici delle donne»!

Saturday, October 11 2008

Differenze...

La settimana scorsa si è svolto a Gorizia il convegno internazionale Human Beings: Philosophical, Theological and Scientific Perspectives. Lo scopo di questa riunione di dotti era dare risposta a «domande antiche», come

In cosa consiste la natura umana? Che cosa ci distingue dagli altri esseri viventi, rendendoci creature uniche?

e alle loro versioni moderne, quali

Come tracciare un confine netto tra l’uomo e l’animale, in un’epoca in cui l’ingegneria genetica si appresta a rendere tale confine sempre più sfumato?

Evidente il carattere circolare di tali

questioni etiche delicatissime

Non si chiede se qualcosa ci distingue dagli altri animali, ma cosa ci distingue da loro; non si chiede se un confine tra noi e loro esiste, ma come tracciarlo in modo inequivocabile ed incontrovertibile.

Se la domanda sulla differenza umana fosse posta in modo neutrale, la risposta sarebbe semplicissima: basterebbe elencare i caratteri fisiologici e comportamentali che fanno degli umani una specie unica di fronte ad altre specie anch'esse rese uniche da caratteri fisiologici e comportamentali diversi da quelli umani. Ma la domanda non è neutrale: si vuole stabilire una diversità «più diversa» delle altre, una unicità «più unica» di tutte.

SchaefferJean-Marie Schaeffer mette bene a nudo il postulato sottinteso dalle «delicatissime questioni etiche» di cui sopra: quello per cui il mondo vivente sarebbe diviso in due rigide classi (umani da una parte, altri animali dall'altra) distinguibili non semplicemente in base a «differenze», ma in virtù di un surplus ontologico fruito esclusivamente dagli umani (gli unici il cui essere non sarebbe riducibile all'esistenza biologica). Schaeffer chiama questo scivolamento della differenza in eccezionalità rottura ontica e ne fa uno dei cardini di quella «Tesi dell'eccezione umana» che il suo ultimo libro analizza e critica (La fin de l'exception humaine, Gallimard 2007).

Schaeffer afferma anche, a giusto titolo, che la «Tesi dell'eccezione umana» non è una dottrina filosofica: le sofisticate versioni che essa ha conosciuto nella storia delle idee riposano sugli stessi pressuposti delle sue varianti più ingenue e rozze, e tutte costituiscono, fondamentalmente e innanzitutto, la costruzione di un'immagine di sé.

Ma questa comunella del filosofo e dell'uomo qualunque nel sostenere l'eccezionalità umana ha basi volgari, che si rintracciano senza troppa fatica nella passione condivisa per bistecche e salsicce. Così come per spiegare la comunella del filosofo e del maschio qualunque nel predicare la «differenza femminile» basta pensare al loro interesse condiviso a trovare mutandine e calzini puliti ogni mattina.

In altre parole, ogni pensiero della «differenza» maschera interessi materiali: la posta in gioco non è filosofica, ma nemmeno antropologica (e meno ancora psicanalitica), ma politica.

Dice bene Christine Delphy: l'unico modo per superare l'opposizione tra «uguaglianza» e «differenza» è ammettere che il vero antonimo di uguaglianza è disuguaglianza. Per le donne come per gli animali.

Monday, September 1 2008

«Le donne nel mirino»

Qualche parola sul bell'articolo «Le donne nel mirino» di Marino Niola, pubblicato su Repubblica il 24 agosto.

Che sia per strada o tra le pareti domestiche. Che l'aggressore sia uno sconosciuto o abbia il volto familiare di un parente. Che l'orrore le colga di sorpresa o le attenda regolarmente come per un appuntamento cui non possono sottrarsi. Che sia un connazionale o uno straniero come nel caso della vittima di ieri, la ragione profonda è sempre la stessa. È l'idea che le donne non siano veramente eguali. Che sono quasi colpevoli delle loro sacrosante conquiste. Al punto da scambiare troppo spesso la loro libertà, frutto di un trentennio di battaglie pubbliche e private, per una disinvolta disponibilità. O per una mancanza di tutela maschile che le rende facili, e legittime prede.

Questo passaggio particolarmente forte innesca una riflessione su un elemento importante, «l'idea che le donne non siano veramente eguali». Giustamente Niola lascia intendere che a questo «non essere veramente uguali» delle donne corrispondono sia una degradazione qualitativa che un asservimento di fatto.

Quando si parla della questione delle donne in un'ottica politica, ci si sente rispondere che gli esseri umani sono tutti uguali e che una specifica questione femminile non esiste; se invece si parla delle donne in modo concreto, ci si sentirà dire che le donne sono diverse.

L'ambigua altalena tra uguaglianza e diversità avviluppa l'annullamento dei risultati ottenuti dalle donne con la lotta politica. L'emancipazione delle donne viene criticata, se non addirittura demonizzata, perché colpevole di aver causato una perdita di... diversità! E le difficoltà che caratterizzano la vita delle donne vengono eluse, sia escludendole dal discorso dell'«uguaglianza» in quanto non pertinenti, sia giustificandole ricorrendo al discorso della «differenza».

Ma insomma: le donne sono «uguali» oppure sono «diverse»? E se sono «uguali e diverse» allo stesso tempo, esiste una qualche relazione tra la loro «uguaglianza» e la loro «diversità»?