Ho spesso notato che nei testi antispecisti che vengono dall'Italia, l'antispecismo è definito come «difesa del più debole».

Questa definizione mi ha sempre dato fastidio. Per me, nel momento in cui viene enunciata essa mostra che chi la enuncia non fa parte della categoria dei «più deboli». Ovvero, che l'antispecismo è una prerogativa di chi ha il potere e sceglie come usarlo.

Come donna mi sento estremamente debole in questa società patriarcale, e quindi non mi riconosco affatto nello schema del forte che protegge il debole. Tale schema si può interpretare in due modi: o io faccio parte delle categorie difese dall'antispecismo - e allora l'antispecismo non posso farlo ma solo subirlo - oppure l'antispecismo mi chiede di mettere da parte la mia debolezza ed occuparmi della debolezza degli altri (un esempio eclatante è questo comunicato, non a caso scritto da maschi) - e allora è autoritario. In entrambi i casi, lo percepisco come un messaggio che arriva dall'alto, da chi comanda.

Mi si potrà obiettare che ci sono nel movimento antispecista parecchie donne, e che queste donne non condividono la mia perplessità. Molto probabilmente ciò accade perché si tratta di donne prive di coscienza di classe.

Per superare questo impasse c'è un solo modo: che i «più deboli» smettano di dare retta ai dominanti pentiti e sviluppino propri discorsi e propria prassi, fondati non sulla condiscendenza del forte ma sulla solidarietà politica tra «deboli» - che solo così potranno diventare a loro volta forti.

(E forse si scoprirà allora che i dominanti pentiti non desiderano affatto che i «deboli» diventino forti...)

  • Sulla predominanza della parola maschile nel discorso sulla questione animale, vedi qui.
  • Sul concetto di solidarietà politica, vedi qui.

Edit: vedi il successivo post Donne nel movimento: più numerose ma meno visibili.