Le origini dei conflitti che nuovamente infiammano il Congo si devono rintracciare nel genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994: nel giro di 100 giorni, tra 500.000 e 1 milione di persone di etnìa Tutsi vennero massacrate ad opera di milizie paramilitari Hutu, con l'aiuto e la complicità della Francia.

Oggi, in Congo, le forze ribelli del generale Nkuda hanno aperto le ostilità con il pretesto di difendere la comunità Tutsi dalla guerriglia Hutu, responsabile del genocidio del '94, verso la quale il governo congolese è accusato avere un atteggiamento compiacente; il governo, a sua volta, rimprovera al Ruanda di sostenere la rivolta di Nkuda. Centinaia di migliaia di persone sono costrette alla fuga, dalle loro case e dai campi profughi. Vagano senza acqua né cibo.

Per gli Italiani, presi dai gravi problemi interni di questi giorni, la situazione in Congo risulta forse lontana e confusa, difficile da seguire e da capire. Per questo, mi è sembrato importante tradurre l'articolo scritto nel 2007 dall'amica Juliana, in seguito al suo viaggio in Congo: il suo contenuto ritorna purtroppo di attualità.

Congo: lo stupro, arma di guerra di Juliana Gristelli (trad. Agnese Pignataro)

(« Congo : le viol, arme de guerre », Libération, 8 marzo 2007)

Le violenze che la milizia e l'esercito regolare compiono sulle donne distruggono le famiglie e la società

«Le tue gambe non ti servono a niente, ora te le brucio.» Ecco quello che il marito di Mélanie (1) ha detto quando lei è tornata a casa e gli ha raccontato di essere stata stuprata nei campi, mentre lavorava. Furioso, invece di consolarla, il marito l'ha accusata di non essere corsa via. L'ha ricoperta di combustibile ed ha acceso un fiammifero. Marie è stata violentata con sua figlia di 8 anni. Euralie è stata stuprata davanti ai suoi figli da otto soldati che avevano appena ucciso suo marito.

Sito a Bukavu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), l'ospedale di Panzi, fondato nel 1999, era inizialmente destinato ad essere una maternità. Ma, per forza di cose, si è specializzato nella ricostruzione chirurgica e in tutte le patologie collegate allo stupro (fistole urogenitali o digestive, lacerazioni del perineo). «A partire dall'anno 2000, ho cominciato a veder arrivare pazienti con lesioni che non avevo mai visto in vent'anni di lavoro - racconta il dottor Denis Mukwege, direttore dell'ospedale - come delle ragazze da 14 a 16 anni senza vagina, senza utero o senza retto.»

Panzi: lavagna con i nomi delle donne da operare

Campagne massicce

La più giovane ha 5 anni. Gli stupri rituali su bambini o donne anziane sono sempre esistiti nella regione. Ma la maggior parte delle donne operate a Panzi sono state vittime di campagne massicce in cui lo stupro è stato usato come un'arma di guerra, allo scopo di distruggere il tessuto familiare e sociale attraverso la trasmissione dell'HIV e la mutilazione. Nel 2005, 3.600 donne sono state operate a Panzi, 3.550 nel 2006, mentre il paese era ufficialmente in pace dal 2003. Queste cifre comprendono solo le donne che sono sopravvissute alle violenze, e che a volte vengono a farsi curare dopo anni. Anche il tasso di sieropositività del 5% tra le pazienti (sotto stimato) è ingannatore: nel 1998, era dello 0,2%.

L'ospedale, che assicura già una presa a carico totale delle spese per le pazienti che non hanno i mezzi per pagare, fornisce anche una iniziazione di base ai diritti della donna. Le vittime conoscono a volte i loro aggressori e vorrebbero che sia fatta giustizia. Ma il sistema giudiziario non è né valido né affidabile; tanto più che gli stupri sono stati commessi tanto dall'esercito congolese che dalla milizia paramilitare interahamwe (composta da Hutu del Ruanda) o da gruppi armati dal Ruanda. Fausto Prieto Pérez, esperto inviato a Bukavu dalla direzione generale per gli aiuti umanitari della Commissione europea, e il responsabile della Monuc (la missione ONU in Congo) raccontano la difficoltà di lottare contro queste violenze senza l'appoggio dell'esercito congolese. Cosa aspettarsi da questi soldati, la cui paga è talmente bassa che non sono neanche pronti a rischiare la pelle per difendere la popolazione, e che tra l'altro si spingono a volte persino al saccheggio? «In una settimana - racconta il responsabile politico della Monuc nel Kivu del Sud - i miei Caschi blu hanno liberato cinque volte un villaggio, e cinque volte è stato rioccupato da ribelli armati.»

Il villaggio isolato di Kaziba, a 50 km da Bukavu, ha subìto numerose violenze. Per arrivarvi, bisogna contare da tre a cinque ore di viaggio su una strada ripida e pericolosa: più volte, camion pieni di merci e di passeggeri sono sprofondati dagli scoscesi pendìi. In questi giorni, il ponte per arrivare a Kaziba è parzialmente crollato a causa delle forti piogge. «Mamma» Chakupewa, la moglie del pastore del villaggio, vi ha fondato nel 1986 il centro Lucciola, «Centro di autopromozione della donna». Dal 1996 al 2004, le guerre hanno paralizzato le attività del centro Lucciola, che occupa una casetta modesta con due piccole aggiunte di legno: a sinistra, il saponificio; a destra, la mensa. Malgrado ciò, è diventato un luogo di ascolto e di dialogo.

I caschi blu improvvisano la riparazione del ponte per accedere a Kaziba

Terapia di gruppo

Riunite in una stanza simile ad una classe, con una lavagna nera e panchine di legno, una ventina di donne sono lì per raccontare coraggiosamente la loro storia. Una ad una, si alzano e prendono la parola, in una specie di terapia di gruppo. «Mamma» Chakupewa tenta anche di far riconciliare le donne con i loro mariti e le loro famiglie.

A tutt'oggi, 583 donne in situazione precaria sono assistite dal centro, di cui 185 sono state vittime di stupro e violenze. Dopo lo stupro, molte di loro incontrano gravi problemi psichiatrici e sono incapaci di lavorare. Oltre alle donne, il centro si occupa dei bambini nati dagli stupri. «In questo momento - spiega «Mamma» Chakupewa - la calma è quasi tornata a Kaziba. Ma anche se il numero di stupri è diminuito, dovremo occuparci dei loro strascichi ancora per molto tempo.»

Donne del centro Lucciola

(1) Dietro sua richiesta, come per tutte le donne violentate, il nome è stato modificato.

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