Con l'autorizzazione dell'autrice, pubblico un messaggio inviato da Elisabetta Teghil alla lista Sommosse.
A partire dagli anni ’80 si è diffusa la nozione di «capitale umano». Tradotta nel linguaggio corrente è diventata la dizione «risorse umane», per la gioia delle agenzie di lavoro interinale e dei famigerati uffici del personale, ribattezzati, appunto, «delle risorse umane». È una visione del mondo in cui tutto e tutti/e devono misurare la propria esistenza secondo l’unico valore importante a cui sottomettersi, il valore commerciale, e che ci dà l’esatta misura della natura di questa società: un pozzo senza fondo.
Ma cosa intendono per capitale umano? Semplicemente la forza lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori, letta come l’insieme delle facoltà fisiche, intellettuali, relazionali che le lavoratrici/i possono mettere in vendita sul mercato del lavoro. Chi si riferisce alla forza lavoro come capitale umano, intende convincere chi lavora che ognuno/a, con la forza lavoro, possiede un capitale, cioè un insieme di risorse da far fruttare. In tutti i momenti e aspetti della propria esistenza ognuno/a dovrebbe considerarsi e agire come un potenziale centro di accumulazione di ricchezza, alla stregua di un’impresa capitalista. Tutti/e, dunque, devono comportarsi come dei capitalisti/e, il cui capitale è dato dalla propria persona. Tutti capitalisti/e, tutti imprenditori/trici di se stessi/e.
Questo cinismo punta a convincere che se qualcuna/o è disoccupata/o o precaria/o lo deve solo a se stessa/o, perché non ha un gran che da vendere o non lo sa vendere bene. Vengono, in tal modo, occultate le strutture che presiedono alla distribuzione diseguale e all’appropriazione, sempre diseguale, delle risorse materiali ,sociali, culturali nella nostra società. Una censura totale sulla società divisa in classi e sulle diverse possibilità offerte dalla nascita, dal genere, dall’estrazione sociale, dall’etnia…. La nozione di «capitale umano» dissolve tutti i rapporti sociali e i meccanismi che li influenzano. Una lettura tanto più odiosa in una società che, volutamente, accresce il numero dei precari/e e dei disoccupati/e, ottenendo il risultato di dividere chi lavora con un impiego stabile dai precari/e, dai sottoccupati/e, dai disoccupati/e, nonché di far prendere le distanze dalle precedenti generazioni di lavoratori/trici sino al punto che i segmenti dei lavoratori/trici vivono in condizioni di contrapposizione fra loro. E, perversione delle perversioni, il lavoratore, inteso come impresa in permanente accumulazione di risorse, da valorizzarsi sul mercato del lavoro, si autosfrutta oltre ogni ragionevole limite, ottenendo l’effetto di sradicare il rapporto conflittuale fra capitale e lavoro salariato e i concetti di sfruttamento e di estorsione del plusvalore.
Le donne sono sempre state costrette ad usare se stesse come capitale da valorizzare per entrare nel mercato del lavoro riproduttivo. Fino a pochi decenni fa, e ,in maniera più sottile, ma sempre diffusa , anche adesso, le donne usavano tutto il proprio capitale umano, le così dette «doti materiali e morali» (leggi : bellezza, disponibilità, dolcezza , intelligenza….) per farsi sposare ed entrare, così, nel circuito ufficiale del lavoro riproduttivo per eccellenza. Chi rimaneva «zitella», non aveva saputo valorizzare (!) il proprio capitale umano oppure non ne aveva a sufficienza(!) o non di buona qualità(!) ,secondo la richiesta corrente, s’intende! quindi entrava nel lavoro riproduttivo lo stesso (senza scampo!), ma di seconda fascia (cura dei genitori, dei nipoti….opere pie…)
Ora questa impostazione è stata trascinata a tutto il mondo del lavoro, donne comprese, nella veste di lavoratrici all’esterno, che, così, investono se stesse nel circuito capitalistico due volte. Ma, contrariamente a quanto alcune/i pensano, cioè che questo possa finalmente aprire la strada alla comprensione, da parte degli altri sfruttati, dello sfruttamento femminile, il capitale ottiene l’effetto opposto, altamente funzionale a se stesso. Infatti, parlare di capitale a proposito di ciò che rappresenta il contrario del capitale e, allo stesso tempo, rappresenta il suo principio moltiplicatore, significa abolire semanticamente tutti i rapporti capitalistici di produzione e rovesciandone, addirittura, i termini, significa condannare i lavoratori e le lavoratrici all’alienazione e relegare l’essere umano alla dimensione di merce. E significa, distruggendo la dimensione collettiva del lavoro, distruggere la possibilità di una costruzione collettiva di una visione diversa del mondo.
Forse noi donne, che abbiamo sempre pagato il disconoscimento del nostro sfruttamento, attraverso la sua individualizzazione, e che abbiamo sempre rivendicato la riappropriazione della vita come elemento portante delle nostre lotte, possiamo portare alla lotta di classe una dimensione specifica.
Elisabetta


Nous sommes des personnes solidaires avec les animaux. Nous avons choisi d'être végétariens. Notre société tue un milliard d'animaux par an pour les manger, mais nous avons dit « non » à ce massacre.
Un mio articolo-recensione sull'ultimo libro di F. Armengaud è stato appena pubblicato su 


